giovedì 30 settembre 2010

Up (2009)

Genere: Animazione
Paese: U.S.A.
Regia e sceneggiatura: Pete Docter, Bob Peterson
Produzione: Disney Pictures

Trama: Carl Fredricksen - dopo una felice infanzia fatta di sogni e avventure fantastiche - riesce a sposarsi, comprarsi una casa e arrivare alla pensione vendendo palloncini. Inspiegabilmente.
Un giorno, rimasto ormai vedovo e isolato decide di intraprendere un viaggio verso il luogo bramato per tutta la vita: il Sudamerica, dove poter finalmente sfogare le sue ultime risorse sessuali.
Confuso e oramai annebbiato dalla senilità è però indeciso sul bagaglio. Non sa se vada meglio l'abbigliamento estivo o se valga la pena avere qualche cambio più pesente, non sa bene quale libro prendere e soprattutto se la scorta di Viagra sarà sufficiente.
Quindi porta tutta la casa.

Commento: il record di abbiocchi durante la visione di un film è stato abbondantemente superato. E' un'ingiustizia: la Pixar ha prodotto la pellicola solo per deridere quelli senza TV al plasma, senza blu-ray disc, senza HD e senza occhi.
Spencer Tracy dal vivo (e da vivo) era molto meglio.
Dov'erano nascosti i palloncini gonfiati prima di uscire dal camino, eh!? E soprattutto, come hanno fatto a uscire tutti assieme da quel camino, eh!? E come mai, visto che erano già gonfi, la casa non è volata prima, eh!?
Il mio portachiavi è uguale a Dug. Buffo, farò causa alla Pixar.

domenica 26 settembre 2010

Guasti quotidiani


Gli insetti mi odiano. Le vespe in maniera particolare. Nessun problema: la cosa è reciproca.
Il guaio è che anche i produttori di insetticidi mi odiano, e non ne conosco il motivo.
Da anni è in atto una guerra - che definirei impari - tra me, le vespe e la loro ostinazione a impiantare casa, a casa mia.

Tralasciando l'arroganza con cui si attribuiscono il diritto di erigere le loro fortezze sui miei balconi, ciò che sconvolge è l'arguzia che secoli di evoluzione hanno permesso loro di ottenere.
Mi spiego meglio.
Non soltanto costruiscono alveari di piccole o medie dimensioni, ma lo fanno in punti non immediatamente visibili e altrettanto irraggiungibili dai miei sistemi di caccia, studiati negli anni.
Evidentemente la stessa evoluzione non si è verificata sull'essere umano, nello specifico sul produttore di insetticidi.

Se non siete afflitti da questa piaga probabilmente il problema non vi è noto, quindi è inutile tergiversare. Se si vuole sconfiggere questo flagello estivo bisogna dotarsi di armi che non permettano facilmente il loro ritorno, almeno non immediato.
Credete a me, gli inutili spray da supermercato non vi serviranno a niente. Potreste spruzzare per ore, fino a finire la bomboletta, ma al suolo stramazzereste solo voi.
L'unico prodotto efficace è un insetticida specifico per vespe o al limite api che - garantisco - le fa fuori al primo colpo.
C'è solo una misera, irrisoria questione: la distanza necessaria per sterminare gli invasori deve essere di cinque metri.

Ma certo signor produttore di spray insetticida! Sicuro!
Per me, che abito in un mini-appartamento al terzo piano, non c'è nessun problema a trovare cinque metri fuori dal terrazzo per uccidere quelle stramaledette bestie! Cosa sono mai cinque metri al giorno d'oggi?!
Ma giusto per essere sicuri della distanza, forse è meglio che io provveda a fare i giusti calcoli.
Vediamo, dunque. Precisamente dal cornicione del terrazzo di casa mia al bagno del condominio di fronte sono cinque metri. Perfetto!
Ora suono tutti i campanelli dei vicini e domando chi di loro sia quello che abita nell'appartamento al secondo piano che dà giusto giusto di fronte al mio e che da quella posizione sarebbe perfetto per non sbagliare mira.

Sì, signor vicino di casa, lo so. So che sono otto anni che abito qui di fronte e non le ho mai rivolto la parola e, anzi, spesso la guardo in cagnesco quando scopro che ha parcheggiato proprio dove io ritenevo dovesse starci la mia auto, però vede, ho un estremo bisogno di utilizzare il suo bagno.
Non mi fraintenda. Il mio bagno funziona perfettamente e come avrà notato lo uso regolarmente - tra l'altro mi permetta di aggiungere che, magari, un paio di tendine alla sua finestra non guasterebbero - però ho necessità di uccidere delle vespe.
Ecco, vede quel grosso nido proprio sotto il cornicione del terrazzo? Sì proprio lì, quel posto irraggiungibile, lo dico anch'io!
Ecco perché il suo bagno mi sarebbe VERAMENTE utile.
Come dice? E' sicuro che dalla sua camera da letto si veda molto meglio?

Devono, assolutamente devono inventare spray per appartamento.

sabato 25 settembre 2010

FUN COOL!! 5^ edizione


All'ultima edizione ho vinto un premio, e ancora me ne vanto.
Cosa state aspettando?

venerdì 24 settembre 2010

Malarazza - Samuel Marolla

Okay. Ci arrivo tardi, ma ci arrivo.
Diciamo che ne hanno parlato tutti. Diciamo che già qualcun altro si era reso conto di essere l'ultimo di una lunga fila. Ebbene, l'ultimo non sempre rimane tale.
Eccomi qui, dunque, a dare la mia fottuta, ormai inutile opinione su questo libro.

Ah! Apro e chiudo una piccola parentesi riflessivo-blogghiana: forse manca un po' di volgarità, sicuramente mancano un sacco di tette e culi. Ma c'è sempre tempo per recuperare.

Torniamo a Malarazza.
Una parola che profuma di antico. Un canto, una poesia dialettale siciliana in cui il povero servo supplica Gesù di vendicare le angherie subite dai padroni - la malarazza.
Basterebbe questo per capire quanto in profondità si annidano le oscure passioni che rivivono nei racconti presenti in questa antologia.
Il terrore, l'odio, il rancore, lo smarrimento, la follia risvegliano spettri di malesseri tutt'altro che soprannaturali e riconducono il lettore a un senso di familiarità con gli inquietanti argomenti trattati.
L'antologia in questione - pubblicata da Mondadori nel 2009 con la tanto discussa collana Epix - è frutto della raccolta di racconti scritti da Samuel Marolla in questi ultimi anni, alcuni dei quali presenti in concorsi più o meno noti dell'underground letterario, e si nota chiaramente il miglioramento dell'autore in uno scrittura che evolve via via, fino a diventare magistrale negli ultimi pezzi.

Lo stile, sempre e comunque ricercato, progredisce offrendo alla lettura un piacere non solo legato alla mera natura del racconto ma anche a una vera e propria padronanza della parola.
Volendo escludere il pezzo Tequila e peccati (più sperimentale che altro) si può affermare che in nessuna storia narrata venga trascurata l'accuratezza delle descrizioni, l'iperaggettivazione che non risulta, comunque, mai noiosa o ridondante e la fluidità che trova nella ricercatezza degli argomenti, la sua migliore espressione.
E' stuzzicante affrontare, pagina dopo pagina, una narrazione generosa che non si lascia tentare dal facile gioco dell'autocompiacimento e, sebbene nei primi racconti si riscontri qualche errore di approssimazione e qualche ripetizione - che sarebbe stato semplice eliminare se Epix avesse avuto, che so, un editor o un correttore di bozze che passassero lì per caso - Marolla dirige egregiamente le proprie storie con tecnica personalizzata.

Viene facile affrontare il libro divagando con la memoria in terreni già esplorati dalla letteratura cinematografica con racconti quali La carne, A volte Satana è vicino a me o Candelora che basano la propria peculiarità non tanto nell'originalità della trama, quanto nel disegno ben definito dei personaggi.
Al contrario, pezzi come Il giorno che era il giorno, La pista ciclabile o Il coccodrillo riducono un po' la dimensione della paura per esprimersi meglio in un ambiente fantastico, impalpabile, in cui gli spettri nascono dal profondo dei protagonisti dei quali l'autore rende una disamina psicologica approfondita.
Ma è abile Marolla anche nell'interpretare classici dell'orrore come in Tè nero o Sono tornate in cui a pietrificare non sono solo le terribili figure in essi contenute, ma soprattutto gli ambienti malsani e disturbanti creati con un orgasmo di sostantivi travolgente.

Se Sono tornate impressiona per l'eccellente contributo stilistico che avrebbe di sicuro permesso al racconto di ampliarsi e diventare qualcosa di molto più esteso grazie all'intreccio dei personaggi, delle loro vite e della storia del paese, al centro dei fatti narrati, Il coccodrillo è un dono. Non nascondo che è questo il mio preferito, in cui Milano - culla della maggior parte dell'antologia - è lo sfondo ideale per una vicenda nera che ingolosisce pagina dopo pagina grazie a una forma e una presentazione ricca e gloriosa di figure reiette, di vite perdute in un bicchiere di vino rosso.

Grazie a Marolla godiamo finalmente di un buon lavoro nostrano - tralasciando le iniziali incertezze - che dà luce e speranza a una narrativa di genere dell'italico paese che pullula - anzi pullulerebbe - di penne intelligenti e originali che avrebbero solo bisogno di un colpo fortunato come quello di riuscire a pubblicare su così larga scala.

lunedì 13 settembre 2010

Piccole stronze crescono Vs Shrek Vs (Miss) Italia


Post che avrebbe dovuto essere domenicale. Post dello scazzo e del raffreddore.
Post buttato alla meno peggio, senza tanti giri di parole, correzioni o modifiche.
Post dell'emicrania, sempre quella.
Si gira, si osserva, si sbuffa abbondantemente tra noi cyborg medievali, ché non è facile stare in equilibrio tra l'inclinazione a proiettarsi nel futuro e un animo ancora antico.
E così va a finire che ci si attacca, ci si arpiona a un'idea ma costantemente dall'altra parte strappano la volontà e costringono a guardare dove non si vorrebbe.
E capita di vedere cose che - da metà umano e metà macchina - non si riesce a capire, non ci si spiega.

Per esempio bambine, dell'età di nove-dieci anni truccate come viados in tangenziale, che girano nei negozi, a cercare vestiti per le proprie madri-anoressia. Donne iguana con la fissa dell'abbronzato perenne che spediscono queste soldatine tra gli attaccapanni a cercare la taglia più piccola, sempre quella più piccola.
La stronzaggine si impara.
E s'impara anche l'arroganza, grazie ad accorgimenti come l'automobile di lusso, l'orologio di lusso, l'acconciatura di lusso, le mutandine di lusso, il cagnolino di lusso...
Le madri servono a questo, a insegnare.


Allora si chiudono gli occhi. Si scappa a vedere film per bambini sperando di tornare sereni. Ma Shrek stavolta nasconde qualche sorpresa inaspettata.
In questo capitolo, l'eroe di sempre si trova proiettato in una realtà parallela - da lui stesso voluta - in cui, in breve tempo, capisce di essere imprigionato e cerca di scappare.
Vediamo se seguite il mio pensiero, se anche a voi frullano strane idee per la testa.
Il mondo di Molto Molto Lontano (Far Far Away nella versione originale) è caduto nelle mani di Tremotino. Egli è un mediatore di contratti magici, un arraffone senza scrupoli, capace di qualsiasi inganno per raggiungere i suoi scopi.

Tremotino è un nano e porta la parrucca.
Sotto il suo dominio dittatoriale e tirannico, Molto Molto Lontano è caduto in disgrazia. La popolazione vive nella povertà e nelle ingiustizie sociali. Gli unici espedienti economici possibili sono illegali, come il gioco d'azzardo, praticato alla luce del sole.
Tremotino, invece, vive in una reggia immensa e conduce un'esistenza dissoluta e viziosa circondato da "privilegiate" servitrici: le streghe.
Ora, tralasciando i particolari relativi alla trama, è chiaro che gli unici mezzi attuati da Tremotino per risolvere i problemi causati dagli orchi ribelli siano scorretti e tendano sempre e comunque alla corruzione del popolo che, a causa degli stenti, si piega ai ricatti morali ed economici del tiranno.

Io non credo che la DreamWorks abbia voluto mandarci qualche messaggio, io però non ho potuto fare a meno di fare qualche dovuta riflessione, poi fate un po' voi.

Poi, si torna a casa. Si cerca un po' di pace.
Si nutre corpo e spirito e casualmente si incappa in altre madri, in altre figlie. Tutte in fila, come dal macellaio. Ma la carne messa in vendita è un'altra, ha un sapore anacronistico, di giudizio, di pregiudizio. Ha un odore acre di scherno e di sorrisi fossili. E' storia d'altri tempi. Passato insano che ritorna a condannare.
La condanna che una donna infligge a se stessa scegliendo una faccia della medaglia, piuttosto che un'altra. E arriva MissItalia finalmente. Finalmente è settembre e si torna a votare.
Finalmente è settembre.

lunedì 6 settembre 2010

Voglia di vincere (1985)

E' ufficiale: Michael J. Fox è un figo.
Non tanto sotto il profilo da (ex) sex symbol (per giunta io non l'ho mai considerato tale, visto che a tredici anni ero già più alta di lui), quanto per il ruolo fondamentale da lui incarnato nel cinema anni '80.
Riuscite a immaginare film come questo, Ritorno al futuro o Il segreto del mio successo senza di lui? Chi ci saremmo beccati? Christian Slater? Ralph Macchio? Impossibile anche solo pensarci. All'apice della carriera Michael J. era un pesce pronto a sgusciarti sotto gli occhi a ogni cambio di inquadratura, un eterno ragazzo abituato a saltellare, inciampare e scivolare senza mai risultare ridicolo. Uno sguardo furbetto, il sorriso accennato e incerto ed eccoti la ricetta del bravo ragazzo che però, contrariamente ai soliti stereotipi, non è banale mai e tantomeno antipatico.
Poi arriva il Parkinson e una carriera stroncata, ma questa, lo sappiamo, è un'altra storia.

Voglia di vincere (Teen Wolf) è un film del 1985 diretto da Rod Daniel e vede Fox interpretare un giovane studente di una "High School" in perfetto stile americano che scopre un giorno di essere un licantropo. Inizialmente nasconde a tutti il suo terribile segreto finché il padre gli spiega allora che si tratta di un problema ereditario e che farebbe bene ad accettare al più presto questa realtà per poterci convivere.
Così in breve tempo la matricola imbranata diventa un estremamente popolare nonché campione di basket della scuola. Ma la sua diversità non mancherà di causargli grossi problemi, soprattutto perché il preside della scuola sembra avere un conto in sospeso con il licantropo padre.
Nella versione originale americana il nome del protagonista è Scott, sostituito invece in quella italiana da Marty per avvicinarlo al successo di Ritorno al futuro, uscito nelle sale italiane precedentemente a questo. Esiste anche un sequel, ma da queste parti non suscita interesse saperne di più.

Ci troviamo in pieno anni ottanta. L'edonismo è esploso al suo massimo grado e l'espressione di look, atteggiamenti e lifestyle non può che essere esagerata. La cultura Pop ancora non sa che diventerà tale, per il momento si parla soltanto di moda. Io ho cinque anni e nell'inverno di quest'anno avremo una nevicata che ricorderemo per sempre.
Il trend è distinguersi il più possibile dalla massa, cercando di rimanervi sempre inglobati. Una contraddizione in termini che identificava però una situazione non molto diversa da quella contemporanea con la differenza che l'età della stronzaggine arrivava un po' più tardi e l'eroina era molto meglio della cocaina.
Marty/Scott è il simbolo di una generazione che vuole staccarsi in maniera netta dalla stirpe hippie con cui si chiudevano gli anni settanta, preferisce alleggerirsi il pensiero da questioni morali come il peace&love e caricarsi invece le tasche di moneta fumante.
E così ci sono il surf sul tettuccio del furgone, i fusti di birra, i jeans colorati e l'obbligo inderogabile di divertirsi.

Il licantropo da freak si trasforma in leader, almeno finché il gruppo non decide che è arrivato il momento di rifugiarsi dietro alla maschera della paura, impugnare i forconi e mettersi a cacciare il Frankenstein di turno.
Con questa pellicola la personificazione del mostro viene in qualche modo ridimensionata, l'anomalia si trasforma in notorietà, l'eccezione si fa regola e così il lupo prende il sopravvento, almeno nei gusti dei compagni di scuola, che vedono in esso un nuovo emblema di bellezza e conseguente ammirazione. Inutile nascondere che in tuta da basket il licantropo fa la sua porca figura e, non me ne vogliano le bimbeminkia, ma Marty ai belloni di Twilight e compagnia bella dà la paglia.
Ma la massa, si sa, è volubile e appena il vento cambia essa lo segue senza il minimo dubbio. E' storia di sempre: un giorno sei re, il giorno dopo un poveraccio qualunque, soprattutto se tutto ciò su cui hai basato il tuo successo è labile, superficiale.
Questo film, visto nel contesto odierno, dimostra come la storia non insegni nulla e per quanto retorico suoni, le persone ricadono sempre negli stessi vizi ed errori. Ed è giusto che sia così.

Voglia di vincere analizza la figura leggendaria dell'uomo lupo sotto un profilo inedito, sia per l'epoca che per il giorno d'oggi. Le problematiche esistenziali tipiche dell'adolescenza vengono esasperate attraverso l'immagine del lupo mannaro, a riconferma che tutti i simbolismi storici nascono da tematiche psicologiche che non avevano spiegazioni razionali. Ma, al tempo stesso, viene minimizzato un argomento che oggi invece è stato edulcorato ed enfatizzato alla nausea.
Il motto è: più pantaloncini corti e meno seghe mentali! Concedetemi questa semplificazione, ché francamente di Edward Cullen e amici vari ne ho piene le tasche.

venerdì 3 settembre 2010

L'inutile vita di una falena


Se una porta d'ingresso automatica si apre e si richiude senza che nessuno sia entrato o uscito, ti preoccupi. Se poi quella è la porta d'entrata dell'albergo in cui lavori ed è notte, allora lo spettro di Shining, che si annida oscuro nel tuo cervelletto, comincia a pulsare.
Invece, guardando attentamente, ti accorgi che si tratta soltanto di una falena che, stufa di svolazzare nella hall, ha deciso di uscire a prendere una boccata d'aria.

La osservi nel suo volo stentoreo all'interno della bussola mentre, instupidita da tanta libertà, non sa bene che fare. La invidi e la biasimi allo stesso tempo.

Due minuti dopo la porta si riapre.
Figa, pensi, quella falena è più sveglia di molti clienti, magari adesso mi chiede pure una camera.
Se ne sta lì, con le sue alette insignificanti e quel corpo peloso che, a immaginarlo, ti fa rivoltare lo stomaco. E' una sfida, tra te e lei, a chi ride prima finché, con una punta di arroganza, cambia direzione, decidendo di dartela vinta. Da quel momento non la rivedrai più.

Qualche minuto dopo, sarà l'acre odore di bruciato proveniente da una lampada a confermarti che, in fondo, quella falena non era poi così intelligente.

mercoledì 1 settembre 2010

Quid pro quo

che, nella versione edulcorata di me, significa che voglio farmi i cacchi vostri.

Prendo spunto da un giornale che ogni tanto mi capita di sfogliare al lavoro e che settimanalmente pone a quattro non-ben-identificate persone (non identificate da me, s'intende, dato che non leggo mai ciò che sta scritto prima e dopo) cinque domande di una banalità quasi offensiva.
Non so perché, ma ogni volta devo leggere cosa rispondono questi emeriti sconosciuti. E' una curiosità morbosa inspiegabile, perciò mi sono detta che poteva essere interessante porle a voi, ché in fondo non vi conosco, però è come se. E ne aggiungo anche un'altra, l'ultima, che si accosta bene alle altre.
Avrei voglia di sapere le vostre risposte e in cambio vi darò le mie. E magari dopo ci tagliamo il palmo della mano, e diventiamo fratelli di sangue.

Allora siete pronti? Siete emozionati?! Io per niente, ma è colpa mia, è un difetto di fabbrica.

1. Canzone preferita?
Who wants to live forever - Queen

2. Film culto?
The Shining - Stanley Kubrick

3. Piatto preferito?
Fegato alla veneziana, di mia mamma (non il fegato, la ricetta)

4. Profumo di un luogo?
Il magazzino nel vecchio retrobottega

5. Un oggetto?
La bici

6. Libro preferito
L'idiota - Fedor Dostoevskij

Quindi, ora mi metto in panciolle e aspetto.
Lo sapete? Una volta, tornata a casa a notte fonda, trovai un pipistrello sul capostipite della mia porta d'entrata.
Il fatto di abitare al terzo piano di un condominio (non lui, io) non sembrava averlo scoraggiato, anche se ammetto che, per lui, non deve essere stato molto agevole. Non sarebbe stato neanche tanto sconvolgente se non fosse che, qualche anno prima, era successa la stessa cosa dai miei. Non saprò mai cosa volesse da me. Lo scacciai con un ombrello rosa fuxia. L'avevo preso a Monaco, durante l'Oktoberfest. Ecco spiegato il fuxia.

I pipistrelli lo odiano.

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